Caterina Cattaneo Adorno, Marchesa del Castello sito sul Colle Castelfiore
Avvantaggiata dalla conoscenza della lingua tedesca, condivisa con la madre, Caterina Cattaneo Adorno si trovò più volte a svolgere il delicato ruolo di interprete nei rapporti con i militari tedeschi presenti sul territorio bibianese. Negli anni della guerra, e in particolare a partire dal 1943, collaborò assiduamente con Don Manzon, che la interpellava di frequente per mediare con i reparti tedeschi presenti in paese: l’allora giovane marchesa si rivelò una presenza costante e coraggiosa a fianco del curato in quegli anni difficili.
Un episodio significativo risale al 1945, quando in una cascina di Famolasco fece irruzione una milizia tedesca. I genitori, intimoriti dai modi bruschi dei soldati e incapaci di comprenderne le richieste, nascosero il figlioletto nell’armadio, temendo il peggio. L’intervento della marchesa Caterina, insieme a don Manzon, riportò la calma: i soldati desideravano soltanto alcune uova.
La sua attività di interprete, tuttavia, non fu esente da sospetti. Nel settembre del 1944, una cameriera al servizio della famiglia, mossa da astio e malignità, la denunciò ai partigiani come presunta spia tedesca. Una sera un gruppo di partigiani fece irruzione al castello alla ricerca di una fantomatica ricetrasmittente, che naturalmente non venne trovata. La marchesa chiese allora di poter parlare con i loro capi e fu convocata l’indomani al Ponte Vecchio di Lusernetta. All’alba, di soppiatto, si presentò puntualmente sul luogo del ritrovo, in bicicletta. Dopo lunga attesa, giunse un partigiano a cavallo che la indirizzò direttamente al comando, situato in un punto nascosto nei boschi nei pressi di una presa d’acqua. Qui, in una piccola radura, si ritrovò i fucili puntati contro e fu sottoposta a un breve interrogatorio, condotto dal partigiano Geymonat di Barge, persona di grande intelligenza (fu, infatti, docente di filosofia). Caterina, per nulla intimorita, spiegò con decisione e chiarezza la natura del suo ruolo, limitato all’attività di interprete e mediatrice. La sua risoluzione convinse i partigiani, che la lasciarono tornare al Castello, seppur intimandole di non lasciare Bibiana. Sulla via del ritorno incontrò Don Manzon, anch’egli in bicicletta, allertato dalla madre della marchesa, che la rimproverò severamente per essersi recata da sola al comando partigiano e senza avvisare la famiglia. Dopo questo episodio, due partigiani furono inviati a presidiare il castello per oltre un anno, per garantire la sicurezza dei suoi abitanti. Fra di loro vi era il comandante Denanni, mentre il noto Colajanni (i.e. Barbato) vi faceva frequentemente visita.
Testo tratto dal libro “Bibiana terra di confine: la guerra partigiana tra montagna e pianura”:
pag. 118
“Nell'area compresa tra le valli Pellice e Po, in particolare, furono famiglie aristocratiche con cui i partigiani interagirono: la già ricordata Malingri ed i Cattaneo Adorno di Bibiana.
Questi ultimi, residenti nel castello che domina a nord-ovest il paese posto allo sbocco della val Pellice, si mantennero forse un po’ più defilati, ma nonostante ciò si resero disponibili ad ospitare partigiani e si prodigarono, soprattutto la contessa Caterina, ad alleviare le tribolazioni che affliggevano la popolazione. La giovane contessa, infatti, in virtù della sua conoscenza della lingua tedesca, si trovò molto spesso, assieme al parroco del paese Don Manzon, nelle condizioni di dover fare da tramite fra milizie occupanti e cittadini inermi: “... succedeva molto spesso...” racconta la nobildonna “... che mi venissero a chiamare per fare da interprete, ma non erano mai questioni di grande rilievo. Ricordo una volta, ad esempio, che mi fece chiamare una famiglia nella cui cascina erano piombati i tedeschi. I tedeschi continuavano a urlare e a parlare, ma i contadini non capivano. Avevano fatto chiamare il parroco, ma neanche lui capiva. Allora sono poi arrivata io, in tutta fretta, con la bicicletta e ho capito che volevano soltanto comprare da mangiare...”.