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Don Giuseppe Manzon


Descrizione

Don Giuseppe Manzon, Parroco di Bibiana dal 1932 al 1966


Durante i difficili giorni dell’occupazione nazifascista, Don Manzon ricoprì un ruolo di primaria importanza, distinguendosi per coraggio, equilibrio e profonda umanità. Chiamato quotidianamente ad affrontare situazioni di estrema delicatezza, si fece mediatore, pacificatore e, talvolta, ostaggio, esponendosi a minacce tanto da parte delle autorità tedesche quanto di quelle fasciste. Fu conforto per i condannati, guida saggia per i partigiani, argine alla violenza degli arroganti, sostegno per una popolazione stremata. Instancabile nella cura pastorale, non vi fu ammalato o moribondo che egli non visitasse, neppure durante il coprifuoco; alle bande partigiane offrì sostegno morale e materiale, e neppure ai militi nemici negò, in punto di morte, il conforto religioso. Per il valore civile dimostrato durante il conflitto, fu insignito di onorificenza e nominato Canonico della Cattedrale di San Donato dalla Diocesi di Pinerolo. Nell’ottobre 1945, a imperituro segno di riconoscenza, fu posta dietro l’altare maggiore della Chiesa di San Marcellino una lapide commemorativa. Don Manzon ha inoltre lasciato ai posteri un prezioso diario, ove sono raccolti con cura i principali avvenimenti della comunità bibianese nel tempo del suo ministero, e in particolare durante l’occupazione, testimoniando con lucidità e passione il proprio impegno spirituale e civile.

 

Testo tratto dal libro “Bibiana terra di confine: la guerra partigiana tra montagna e pianura”:

Pag. 113

Innumerevoli gli esempi utili a rafforzare le ipotesi qui sostenute. Tra tutti, naturalmente, brilla l'esempio di don Manzon, parroco di Bibiana, perennemente indaffarato per porre al riparo dai pericoli i propri parrocchiani, che le azioni dei partigiani attestati sulle alture del Montoso e sulle prime propaggini della Val Pellice, esponevano alle rappresaglie. Innumerevoli furono le situazioni in cui il curato pagò in prima persona, trovandosi addirittura, ostaggio degli aggressori, ad essere costretto a svolgere il ruolo di mediatore o, peggio, ad essere spedito sulle montagne alla ricerca di tedeschi o fascisti catturati dai partigiani. Eloquente a questo proposito l'immagine che dà del sacerdote Angelo Cavallone, nel suo bel libro “Si semina piangendo”, scritto subito dopo la fine della guerra e del quale si riportano alcuni stralci: "...tempestivo, energico e fortunato l'intervento di don Manzon, quando parecchie case in via Ruata, via Ospedale e Piazzetta dovevano essere bruciate per rappresaglia di un assalto partigiano al presidio repubblichino fatto all'alba del giorno 4 agosto '44, che era asserragliato nella scuola posta al centro del paese. Dopo una sparatoria incredibile e feroce durata tutta la notte e nella quale perdettero la vita 4 vittime innocenti della popolazione, fra cui una bimba di 3 anni, il comando, che aveva ricevuto l'ordine di bruciare le case sopraddette, desistette dal suo proposito in seguito alle pressanti insistenze di don Manzon, che difese i diritti della popolazione innocente...” Oppure “...nell'ultimo inverno di guerra si intensificava l'attività pastorale di don Manzon che più volte ancora fu fatto ostaggio. Quante preoccupazioni e quanto dolore quando giungevano notizie di incendi, specie nelle borgate, di vittime innocenti nelle azioni di guerriglia sempre più frequenti, perché i partigiani acquistavano ardire, a misura che gli avversari perdevano mordente e si attiravano maggiormente detestazione da parte della popolazione...”



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